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Quel profumo degli antichi borghi alpini

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Simona

Vi sono luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato, e poi, vi sono luoghi in cui il tempo si è fermato per davvero. Sono i luoghi una volta abitati e oggi abbandonati in favore delle comodità che la modernità ci offre. Di questi luoghi fanno parte i nuclei della Valle di Dagua, il “valùn” in dialetto malenco: i Giann, i Fuiàà e Dagua. Si tratta di una valle che sale sulla destra da Torre di S. Maria, in Valmalenco. La via più comoda per raggiungerli parte da S. Elisabetta, la frazione più esterna di Caspoggio: si raggiunge il maggengo di S. Antonio e qui si imbocca lo storico sentiero del latte, così chiamato perché era la via più breve per trasportare il latte da e per l’Alpe Motta. Dalla Motta, dopo poco più di 30 minuti di cammino, costeggiando un piccolo stagno e oltrepassando una grande roccia, denominata “Crap di Caséé” che significa sasso dei casari, si prosegue in direzione SE, imboccando un sentiero più largo tutto in discesa immerso in un suggestivo bosco di betulle. In 10 minuti si raggiunge il primo borgo: i Giann. Dopo altri 10 minuti di cammino si raggiungono i Fuiàà e la sua bellissima chiesetta con un colorato rosone in alto e subito dopo Dagua. Qui vi era addirittura una scuola che veniva frequentata dai bambini del posto. Sono tutti nuclei piccolissimi immersi nel bosco che ormai ne ha preso il sopravvento. La cosa che salta immediatamente all’occhio sono le case, tutte una attaccata all’altra. Si intuisce immediatamente lo spirito di collaborazione che vi era un tempo: per non spendere toppi soldi ed energie si condividevano addirittura i muri delle proprie case. Passeggiare in queste strette viuzze, respirare il profumo di autentico che infondono questi luoghi è un qualcosa di meraviglioso. Nei fienili vi sono ancora cumuli di foglie che venivano raccolti in autunno per poi venire messi sul pavimento delle stalle e fungere da isolante in inverno, non a caso in dialetto queste foglie si chiamano “lecc”, ovvero letto. Sui balconi vi sono ancora dei mucchi di legna accatastata che qualcuno aveva premurosamente preparato prima dell’arrivo dell’inverno. Qui ognuno aveva il suo orto e i suoi animali che garantivano il sostentamento dell’intera famiglia, e anche i più piccoli collaboravano in tutte le attività. Si distinguono infatti ancora le stalle, i pollai e gli spazi riservati alle coltivazioni. Tutt’ora serviti dall’acqua sono i lavatoi, dove le donne si riunivano a fare il bucato, con un po’ di immaginazione pare di vederle li, mentre conversano di chissà quali loro storie. L’amore per questi territori è dimostrato dal fatto che qui erano state edificate una chiesa e una scuola, in modo che non ci si dovesse allontanare da casa, visti anche i tempi necessari per raggiungere i paesi a fondo valle, che erano nettamente superiori a quelli attuali. Mi è stato raccontato di una maestra che, appena ottenuto il diploma delle magistrali, si è trasferita a Dagua per istruire i bambini di questi piccoli nuclei. Sembrano storie d’altri tempi, ma io ricordo ancora gli ultimi abitanti di questi borghi: una donnina minuta che a 80 anni percorreva ancora questi sentieri con ai piedi i suoi “Pedù”, le calzature tipiche della Valmalenco la cui suola era realizzata con strati di stoffa sovrapposti e la tomaia di velluto, con il capo coperto dal “penèt”, il fazzoletto che indossavano un tempo tutte le donne, e con il suo bastone che quando non le serviva appoggiava sulla spalla a cui appendeva una borsa contenente il necessario da portare a Dagua. Poi c’era un omone, con una barba che mi ha sempre ricordato quella del nonno di Heidi, forse un po’ troppo amico di Bacco, che trascorreva la sua vita diviso tra Dagua e il Campeì, un piccolo pascolo tra la Motta e Piazzo Cavalli. Entrambi percorrevano questi sentieri con abiti semplici, gli abiti di chi ha vissuto una vita da contadino, affrontando tutte le scomodità di questi luoghi ma indossati con la fierezza di chi ama la propria terra. Da queste righe pare che io stia parlando di chissà quali tempi passati, ma questi miei ricordi risalgono alla mia infanzia, a circa 20 anni fa. Forse dovremmo prendere esempio da queste persone e da questi luoghi che noi abbiamo il compito di preservare.

Maximus( 9 dicembre 2014 19:39):

Bellissimo racconto! Emozionante!

Francesca( 5 dicembre 2014 21:33):

Memorie che non dovrebbero mai andare perse! Felice di aver letto il tuo racconto.
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